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Dal nuovo numero di Centofiori - Verso un nuovo paradigma: i beni comuni secondo Ugo Mattei

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Dalla lotta per l'acqua, l'università e la scuola pubblica a quella per l'informazione critica; dalle battaglie contro il precariato e per un lavoro di qualità a quelle contro lo scempio e il consumo del territorio; dalla lotta contro la privatizzazione della rete internet a quella contro le grandi opere: i beni comuni non sono una merce declinabile in chiave di avere. Sono una pratica politica e culturale che appartiene all'orizzonte dell'esistere insieme.” (ugo mattei, beni comuni-un manifesto)

 

 

 

Beni comuni, commons, recursos comunales. Sono parole entrate prepotentemente nel dibattito politico e sociale mondiale. In poco tempo sono diventate parola d’ordine dei movimenti di opposizione alle strategie di governance della crisi finanziaria globale attuate dai governi e dagli organismi sovranazionali, dal movimento degli indignados ad occupy wall street fino ai comitati referendari italiani in difesa dell’acqua pubblica. In realtà le prime battaglie in difesa dei beni comuni sono nate in America Latina, in Chiapas, in Brasile, così come in Bolivia e in Ecuador, per estendersi poi fino a Parigi nella lotta per l’acqua pubblica, ovunque in risposta ad un momento di aggressione alle risorse pubbliche ed accessibili, da parte di governi e multinazionali. Sul piano teorico poi i beni comuni sono diventati oggetto di ricerca e studio nel mondo da alcuni anni, tanto da valere il premio nobel nel 2009 all’economista statunitense Elinor Ostrom, autore dello studio Governing the commons. Ma cosa si intende precisamente per beni comuni? Per beni comuni intendiamo quei particolari beni condivisi da una comunità, dalle risorse naturali al territorio, dai diritti di proprietà intellettuale all’accesso alla rete e all’istruzione, non suscettibili di divenire merce e quindi fonte di profitto, neanche per diminuire i debiti sovrani nei vari paesi. Risorse naturali quindi così come spazi sociali, culturali, digitali.

Abbiamo ospitato durante l’assemblea nazionale Ugo Mattei, professore di diritto internazionale, autore del libro Beni comuni-un manifesto e redattore dei quesiti referendari sull’acqua, per discutere assieme di come questo concetto può essere declinato nel nostro quotidiano e nel nostro attivismo.

Secondo il prof.Mattei non si può non vedere l’attacco speculativo estivo all’Italia come un attacco alla primavera italiana, rappresentata dalla vittoria referendaria in difesa dell’acqua pubblica e della volontà popolare contraria all’energia nucleare. IL potenziale rivoluzionario di questo risultato sta proprio nell’aver affermato una piattaforma potenzialmente alternativa al modello neoliberista in forte crisi, da arginare forzatamente con un‘azione di capitalismo shock.

Per capire cosa sta succedendo oggi, dobbiamo tornare un po’ indietro: il neoliberalismo è stato la risposta americana alla crisi petrolifera degli anni 70. La ricetta antikeynesiana di Reagan, secondo cui I governi non erano più la soluzione, bensì il problema, è stata quella di smantellare il welfare e dare spazio a riforme di privatizzazione sfrenata. Il neoliberalismo politico e il neoliberismo economico sono divenuti egemonici su scala globale, presupposti indiscutibili dei governi di destra quanto di sinistra, ma allora non c’era una piattaforma alternativa allo statalismo di Keynes e al neoliberismo.

Adesso ci troviamo per Mattei in un passaggio successivo perché c’è una piattaforma alternativa su cui lavorare, quella dei beni comuni: un capitale culturale costruito dal basso da difendere a tutti I costi. Abbiamo per Mattei una responsabilità storica importante: fare in modo che questa piattaforma possa diventare egemonica, nel momento in cui quella neoliberista sta dando dei segnali di forte crisi. Il concetto di bene comune supera la tradizionale opposizione destra/sinistra; infatti liberalismo e socialismo condividono la logica escludente che divide il mondo in beni privati e beni di proprietà dello stato. È il momento quindi di proteggere questa piattaforma che si fonda sull’impegno politico partecipato e quotidiano, sulla qualità, la gestione condivisa, la cittadinanza attiva, la sostenibilità. Tutto ciò rappresenta un modello di critica forte alla concentrazione del potere privato e pubblico e al dominio dell’uomo sulla natura. E’ necessario trovare gli strumenti politici per attivare questo modello alternativo.

Per Mattei, affianco al consolidamento degli esiti referendari, la battaglia deve proseguire su tanti fronti: investendo nella costruzione di qualità del pensiero, di consapevolezza critica, alfabetizzazione ecologica e pensiero sistemico, attraverso scuola e università e tramite una legge su stampa e televisione, vandalizzate negli ultimi vent’anni; connettendo la lotta per i beni comuni con la lotta contro la guerra e la sopraffazione di un popolo sull’altro, tagliando le spese militari e facendo partire un processo costituente dal basso europeo e mediterraneo; promuovendo la prevenzione, la difesa e il monitoraggio del territorio invece di grandi opere inutili e interventi di emergenza a disastri avvenuti.

Puntare sulla crescita economica è fuorviante, argomenta Mattei, perché oggi nel mondo esiste un problema di distribuzione che è più grande del problema della produzione. Produciamo troppo e in modo insostenibile, ma non riusciamo a distribuire equamente. La distribuzione, su cui il modello dei beni comuni si basa, permette di trasformare in tempi brevi un modello quantitativo in uno qualitativo, ponendo l’accento su cosa si produce e come, cosa si consuma e come.

Nel modello dei beni comuni c’è una chiave di lettura della realtà che mira a trasformare il potere fino ad arrivare a un modello di comportamento in cui non si parla più di potere ma di relazione. Per questo stiamo assistendo già ad un’operazione durissima di marginalizzazione dei movimenti che promuovono tale modello per il potenziale rivoluzionario che esso ha in sé, che passa attraverso pratiche buone e virtuose come le esperienze di resistenza che vediamo oggi. Queste esperienze ci dicono che non si risolve questa crisi sistemica con delle strategie tecniche, ma rendendo invece le condizioni di vita degli esseri umani compatibili con quelle del resto del pianeta. Ciò che va rivisto è la relazione tra individuo e ambiente, dove il governo non è proprietario ma è amministratore di un bene comune.

All’intensa presentazione del prof. Mattei è seguito un vivace dibattito, in cui molti attivisti sono intervenuti chiedendo come portare avanti le battaglie nonostante le difficoltà di attuazione dei risultati referendari, la percezione di non incidere in modo efficace e le soffocanti strategie dei governi che rispondono in tutt’altra direzione alla crisi. Il prof. Mattei ha risposto con un accorato invito a superare l’ansia da risultato tipica del momento, continuando a costruire pratiche di resistenza quotidiane sul territorio. Un corpo sociale consapevole esiste, anche se minoritario, ed è capace di produrre alternativa. Attivarsi, ciascuno secondo la propria capacità, rivendicando la solidarietà di tutti significa già porsi in maniera condivisa verso un cambiamento.

Così descritta, la piattaforma dei beni comuni diventa un valido paradigma di azione verso un modello di sviluppo alternativo, che abbraccia tutte le linee d’azione promosse dal SCI, dall’accesso ai diritti alla difesa di stili di vita sostenibili, dalla cittadinanza attiva all’inclusione sociale fino alla lotta contro la guerra. Ma soprattutto pone volontariato e attivismo al centro di una nuova idea di cittadinanza, non più intesa come esercizio individuale di diritti di proprietà e di uso privatistico dei beni, ma come servizio civile all’interno di una comunità che si dà regole per gestire le risorse comuni, siano esse l’acqua o la terra, una piazza o un teatro, l’educazione o la rete internet. Una cittadinanza che dica forte che abbiamo tutti tanto in comune.

Link utili
http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842097174
http://www.commonsstrategies.org

 

 

 

 

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