Dal nuovo Centofiori - Primavera araba un anno dopo: il caso della Tunisia - di Fabio Merone
Tra gli eventi che hanno segnato questo 2011 spicca senz'altro l'onda delle sollevazioni popolari in tunisia, egitto, siria, libia, denominata 'primavera araba'. In un anno in cui i paesi occidentali hanno fatto faticosamente fronte ad una crisi economica sempre più sistemica, una grande lezione di democrazia e di modernità è arrivata dalle popolazioni di questi paesi, capaci di mobilitarsi a partire dalle piazze e di riuscire a rovesciare regimi dispotici e dittatoriali nonostante le sanguinose repressioni. A quasi un anno di distanza dall'inizio delle mobilitazioni, abbiamo chiesto a Fabio Merone di Assopace, da tempo attiva in Tunisia, un analisi del fenomeno a partire dal paese da cui sono iniziate le rivolte, e che ha visto molti suoi cittadini riprendere in mano il proprio destino anche emigrando verso il nostro paese.
Il 17 dicembre si celebra un anno dall’inizio dello scoppio dell’Intifada tunisina. Una data scolpita per sempre nella storia del mondo arabo e di un paese, la Tunisia, cosi’ vicino all’Italia e all’Europa. Ad un anno da questi avvenimenti che tanto entusiasmo avevano generato nella coscienza dei popoli arabi, l’atmosfera é decisamente cambiata.
Gli avvenimenti della Tunisia sfociarono in meno di un mese con l’uscita di scena del dittatore Ben Ali: una scossa che ha fatto tremare l’edificio delle dittature della regione arabo-musulmana, fino a farci definire in maniera un po' affrettata questi avvenimenti come “rivoluzionari”.
Tuttavia chi fossero i rivoluzionari e quale progetto politico avessero, é una problematica che é stata messa al centro del dibattito, tanto che piu’ di un'osservatore ha messo in discussione la tesi che di vere rivoluzioni si trattasse (soprattutto durante gli sviluppi della crisi libica). Quando l’onda della primavera araba é arrivata a Damasco sono nate addirittura le teorie del complotto: l’occidente veniva chiamato in questione ed Al Jazeera, una volta simbolo del nazionalismo arabo, accusata di strumento di esecuzione di un piano americano-quatarino mirato all’egemonia occidentale nella regione.
La questione può essere letta tuttavia da un’altra angolazione. Se il processo di trasformazione in atto della regione non fosse altro che il completamento del progetto di edificazione dello stato moderno nell’area arabo-musulmana?
A questo proposito ci accingiamo ad analizzare un caso specifico, che é quello della Tunisia, ed a coglierne gli elementi paradigmatici.
La Tunisia é un paese che nasce nel 1956 come compimento di un progetto di costruzione nazionale riformista iniziato negli anni ‘30 del XIX sec. Il progetto nazionale includeva al suo interno una questione di fondo: come risolvere la modernità all’interno di una “nostra rappresentazione di civiltà arabo-musulmana”?
Gli avvenimenti di dicembre-gennaio esprimono un moto di ribellione che nasce dalle regioni interne del paese e sprigiona un’energia che si diffonde in poco tempo in tutta la nazione per dare la spallata finale all’apparato della dittatura. Questo blocco di potere e le sue strutture erano tuttavia soltanto un residuo di quello che era stato uno strumento ideologico e di massa che era servito nella mente del suo creatore (Bourghiba) a forgiare la nazione sul modello europeo-razionalista anziché su quello panarabista. Il paese aveva espresso dalla fine degli anni ’70 una contraddizione dialettica con il potere autoritario del partito unico; il grande sindacato (l’UGTT) era stato il centro della contestazione sociale e democratica. Gli anni ‘80 sono il decennio della liberalizzazione politica fallita, e gli anni ’90 il congelamento del dibattito democratico sotto il ricatto islamista.
Lo smottamento del 2010-11 é dunque un evento rivoluzionario nel senso che crolla un sistema dittatoriale, ma é nel segno della continuita’ del progetto di costruzione dello stato moderno che era presente fin dagli albori del movimento di liberazione. In questa ottica si legge l’emersione del fenomeno islamista (che poi emersione non é). Quando crolla il regime appaiono i segni simbolici e politici di una societa’ che si é islamizzata. I partiti che si ispirano all’islamismo rivendicano la liberta’ di esprimere la propria appartenenza alla sfera arabo-musulmana e accusano i “francofoni” di scimmiottare l’Europa e di negare al popolo il diritto di identificarsi con la sua vera identita’. I risultati elettorali delle prime elezioni libere della primavera araba gli danno ragione e sembrano essere l’unico soggetto politico capace di dare una rappresentazione politico-sociale alla nazione.
Il paese sta costruendo una democrazia e tutta la regione si confronta con la dialettica di uno spazio di dibattito improvvisamente apertosi. La primavera araba non è altro che la continuazione dei movimenti di liberazione nazionale che, oltre a combattere il colonialismo, avevano il progetto di costruire uno stato e delle societa’ moderne. Queste societa’ si confrontano oggi per la prima volta a viso aperto con la loro eredita’ storico-culturale.
Stiamo vivendo attualmente una fase di rimescolamento delle carte in cui i popoli arabi ricostruiscono e ripensano il loro modo di vivere collettivamente.
Il caso della Tunisia ha ancora una volta una sua specificita’: l’esistenza di una tradizione di movimento sociale particolarmente viva all’interno delle strutture del sindacato e di una eredita’ bourghibiana modernista e progressista. Queste due eredita’ potrebbero essere alla base della costruzione di un nuovo soggetto politico sociale di sinistra e riequilibrare la forza delle componenti che si ispirano al pan-arabismo e al pan-islamismo. Se cio’ si realizzasse dovremmo concludere che le primavere arabe, tirando giu’ i sistemi dittatoriali, hanno lasciato il campo agli islamisti di esprimersi ed alla societa’ di confrontarsi liberamente su di un nuovo patto sociale. Da qui nasceranno dei nuovi patti costituzionali sulle cui basi si edificheranno le nazioni arabe per i prossimi decenni.
| Link utili |
| http://www.assopace.org/ |
| http://nena-news.globalist.it/ |



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